Lervig

LERVIG AKTIEBRYGGERI: NASCITA E RINASCITA DI UN GIGANTE NORVEGESE

Logo Birrificio Lervig Aktiebryggeri logoLa terra di Norvegia, come tante all’estremo nord d’Europa, è piena di paesaggi fantastici e selvaggi, capaci di smuovere anche il cuore più duro.

Secondo il folklore locale, alcune delle più grandi montagne sono in realtà immensi troll dormienti, poggiatisi sulla nuda terra secoli or sono e mai più svegliati. Fino ad ora…

Quale teatro migliore, per raccontare una storia di giganti (birrari)?

Facendo un piccolo sforzo di immaginazione, la nascita di Lervig viene messa in coda – nei programmi del destino – più di un secolo e mezzo fa. Un piccolo sasso comincia a rotolare lungo una rupe scoscesa. Diventerà un immenso troll? Diventerà anch’esso una montagna?

Un secolo e mezzo, dicevamo: nel 1855 apre a Tao, vicino Stavanger, il birrificio Tou Bryggeri, andando a sostituire ed accorpare i molti microproduttori locali, sparpagliati nelle fattorie del circondario. Da lì a poco in Norvegia la produzione casalinga di alcolici si sarebbe resa illegale, e Tou arrivò giusto in tempo per continuare a creare la pils che tanto circolava in città, e certi sidri (o succhi di mela alcolici, la storia non è precisa) di cui si faceva consumo nella regione.

La fortuna (ma si fa per dire, essendosi trattato di prodotti piuttosto modesti) di Tou venne a svanire nel 2003 quando il marchio nazionale Ringnes (già proprietario di Tou dal 1990) decise, dopo essere a sua volta stato acquistato dal colosso Carlsberg, di chiudere l’impianto e trasferire la produzione ad Oslo. In una “lotta” fra giganti, fin troppo spesso i più piccoli finiscono schiacciati.

È il giorno di ferragosto 2003 e Stavanger non ha più il suo birrificio.

Bisogna sapere che avere un impianto cittadino è buon motivo di vanto per la popolazione locale, ed a Stavanger questa cosa non la mandano giù bene. È per questo che alcuni cittadini decidono di boicottare Ringnes e mettere in piedi la Lervig Aktiebryggeri, cominciando a produrre – dapprima – birra in un impianto di Tromsø, a 2000 chilometri di distanza, per poi riuscire a riportare la produzione in città nel giro di un paio d’anni.

Bisogna dire che una manciata di cittadini indispettiti, per quanto mossi da buone motivazioni e coadiuvati da mestieranti del settore, non sono proprio lo staff migliore per creare qualcosa di superiore al “potabile”, e la Lervig arranca – senza infamia e senza lode – per altri cinque anni, quando ingaggia a Stavanger il mastro birraio Mike Murphy, statunitense di nascita ma già conoscitore degli andamenti commerciali scandinavi, grazie a lavori svolti per birrifici danesi negli anni precedenti.

Ed è questo il grande momento della rinascita: Lervig vira con forza verso la produzione craft, principalmente di stampo e sapore americano, sia con prodotti facili e destinati al grosso pubblico quali Pils ed APA, sia con referenze estremamente sperimentali e ricercate (NEIPA, Imperial Stout) che strizzano l’occhio al sempre più folto numero di appassionati dei prodotti artigianali, in Norvegia come nel mondo.

La passione, il durissimo lavoro e la competenza del nuovo team di Lervig danno i frutti tanto attesi: nel 2012 le prime uscite in lattina, nel 2014 entra nella classifica dei 100 migliori birrifici al mondo, secondo il più importante sito di rating birrario internazionale, nel 2018 un fondo di investimento statunitense acquista, per 20 milioni di dollari, la metà dell’impianto, infondendo nuova linfa nell’ormai già rodato meccanismo produttivo.

Tante anche le collaborazioni con altri grandi nomi del settore, da To Øl a Põhjala, passando per Mikkeller, Evil Twin, Beavertown

Ad oggi quasi il 20% delle birre esportate dalla Norvegia sono a marchio Lervig.

Insomma, quel piccolo sassolino è diventato un gigante, forte, amato e conosciuto, pronto a crescere ancora ed affrontare, con la spinta dell’entusiasmo e dell’innovazione, tutte le sfide che l’ultracompetitivo mondo delle birre craft vorrà presentargli.