Firestone Walker, Fireworks & Barrelworks. - BirraGoGo

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Firestone Walker, Fireworks & Barrelworks.

Firestone Walker, Fireworks & Barrelworks.

Il biennio ’97/’98 è stato, musicalmente e birrariamente parlando, estremamente importante. In particolar modo mostri sacri del Power Metal hanno pubblicato alcuni masterpiece che verranno poi considerati dei capisaldi del genere, dando nuova linfa e riportando in auge un genere musicale che ha visto i suoi albori a metà degli anni ’80.

Proprio in questi anni, per citarne alcuni, i Bardi di Krefeld pubblicano “Nightfall in Middle-Earth” (1998), lo Zio Kai pubblica il granitico “Somewhere Out in Space” (1997), facendo rivivere i fasti delle ritmiche “speeddiane” dei tempi di Walls Of Jericho, gli Scavatori di Tombe escono con “Knights of the Cross” (1998), ispirato a miti e leggende dei Cavalieri Templari, i Rage, dopo l’esperimento “Lingua Mortis”, pubblicano il loro primo studio album di inediti interamente registrato con l’Orchestra Filarmonica di Praga (XIII, del 1998) ed uno dei dischi più attesi è sicuramente il nuovo lavoro dei brasiliani Angra, dal titolo “Fireworks”.

Il quintetto brasiliano, guidato dal carismatico cantante Andre Matos (may he rest in peace), si era distinto negli anni precedenti pubblicando due dei migliori dischi di sempre, in ambito Power Metal. Capolavori come “Angels Cry” (del 1993) ed il suo successore “Holy Land” (del 1996).

Con il primo i ragazzi di San Paolo hanno scritto alcuni dei classici più ascoltati dai fans, come Carry On, la title track Angels Cry e la magistrale reinterpretazione di un classico di Kate Bush, Wuthering Heights, dove la carismatica ugola di Matos si fonde in un connubio perfetto con la sua esperienza classica da compositore d’orchestra, accompagnata dalla tecnica di Kiko Loureiro, dalla ritmica pressante di Rafael Bittencourt alle chitarre e dalla maestria della sezione ritmica composta da Luís Mariutti al basso e Ricardo Confessori alla batteria.

Con “Holy Land” gli Angra superano sé stessi riprendendo alcuni spunti del primo album introducendo nuove varianti (legate anche alle loro origini).

I nuovi pezzi sono lunghe narrazioni in divenire, dove ritmi tribali si avvicendano ad europeismi classicheggianti, seguendo il filo conduttore, il <i>concept</i> dell’album, che narra i viaggi di esplorazione del continente sudamericano nel sedicesimo secolo. Brani come Holy Land, Carolina IV e Lullaby for Lucifer in particolare affondano le proprie radici nella sapienza musicale dei componenti del gruppo, creando un’amalgama che profuma di esperienza.

C’è dunque tanta attesa per il nuovo album della band, ci si aspetta un lavoro degno dei precedenti, che li consacri alla scena mondiale, ed infatti “Fireworks” non delude. 

Come già anticipato dal singolo “Lisbon”, che ha forti richiami alla formazione classica ed orchestrale di Matos, il disco si rivela un’evoluzione rispetto al precedente, con l’aggiunta di nuove contaminazioni, soprattutto Prog Metal, come in Petrified Eyes, passando per la title track “Fireworks”, che ricorda una versione moderna di Kashmir dei Led Zeppelin, fino alla violenza dei riff di Metal Icarus.

Un album quindi fatto di contaminazioni stilistiche, di forti sperimentazioni vocali, figlio delle conoscenze (musicali e non) accumulate negli anni dai diversi componenti della band, che dà una sferzata di innovazione (ma basata sulla tradizione) a tutto il genere musicale.

Mentre il mondo della musica scriveva dunque alcune delle sue pagine migliori alla fine degli anni ’90, anche il mondo della birra artigianale cominciava a mettere i primi tasselli di quello che poi sarebbe diventato il movimento craft moderno. 

In bassa California, il birrificio nato dal volere di Adam Firestone e David Walker incominciava a gettare le fondamenta per quello che sarebbe poi diventato uno dei più ambiziosi progetti di craft brewing sull’intero suolo americano. 

La storia del birrificio inizia nei primi anni ’90 sotto lo stemma dell’Orso (Firestone) e del Leone (Walker), i quali nutrivano il sogno di produrre qualcosa di unico, che unisse due mondi distanti, quello della birra – il loro sogno – e quello del vino, che rappresentava la tradizione delle loro famiglie.

Nel 1996 ha dunque luogo la prima cotta di “DBA”, dopo un lungo viaggio oltreoceano nella cittadina inglese di Burton-on-Trent per studiare e capire le fermentazioni in botte di quercia. Di fatto, con la produzione della DBA, si dà inizio ad una serie di ricette che andranno a stabilire le fondamenta della futura produzione birraria.

È con l’arrivo, nel 2001, del talentuoso mastro birraio Matt Brynildson, che comincia l’innovazione e la rivoluzione dei processi di produzione del birrificio, trasferendolo anche fisicamente nell’attuale sede di Paso Robles. Qui vengono scritte pagine birrarie immortali, seguendo la rivoluzione del luppolo partita dalla Yakima Valley, che vanno a costituire i cosiddetti “classici” del birrificio, le birre da bere tutti i giorni, nominate “Lion & Bear Series”.

Nascono così prodotti che faranno da fondamenta ai numerosi progetti che si svilupperanno negli anni, quali Easy Jack, Union Jack, Nitro Merlin, Mind Haze e la serie Luponic Distortion.

In occasione dei primi dieci anni del birrificio, nell’autunno del 2006, Firestone Walker inizia ad utilizzare botti di legno anche per la maturazione della birra, con lo scopo di realizzare un blend che vada a celebrare i primi anni di attività del marchio.

Dopo numerosi tentativi, talvolta sperimentali ed estremi, il birrificio comincia a mettere sul mercato piccole produzioni in tiratura limitata. Fin da subito quella che diventerà poi la “Proprietor’s Vintage Series” riscuote un grande consenso da parte degli appassionati, fino a diventare in pochi anni uno dei progetti più importanti di maturazione in botte del movimento craft a stelle e strisce.

Oggi le birre di questo progetto, tra cui spiccano la Bravo, la Sucaba, la Parabola, la Velvet Merkin e la Stickee Monkee hanno ricevuto riconoscimenti e premi in diversi concorsi sparsi per tutto il globo ed hanno spesso raggiunto una posizione da top ten nei più diffusi siti di rating birrario.

Il terzo ed ultimo (per adesso!) step, che ha preso il nome di Fireworks… ah, no, scusate, Barrelworks, nasce in maniera “spontanea” quando Matt Brynildson inizia a produrre e blendare birre maturate in botti di bourbon (come la XXII Anniversary Ale). 

Il grande responso ottenuto col progetto Vintage (di cui sopra) ha spinto il birrificio a osare ancora di più, questa volta producendo birre ispirate alla tradizione belga del Lambic. È così che, attraverso l’anello di congiunzione fra il mondo del vino e quello della birra, il progetto iniziale del duo Firestone-Walker giunge a compimento: unire la passione personale con la tradizione famigliare. 

La supervisione del nuovo progetto viene affidata a “Sour” Jim Crooks, microbiologo precedentemente responsabile dei controlli di qualità del birrificio.

Inizia così la produzione di Wild Ales utilizzando una o più colture di brettanomyces, lactobacillus e pediococcus.

Nel giro di pochissimo tempo il birrificio si trova dunque a far coesistere due grandi progetti in cui il legno è il protagonista indiscusso, per la maturazione nel caso del Vintage, e per maturazione e fermentazione nel Barrelworks.

Dal 2013 si rende così necessario il trasferimento di tutto il comparto Barrelworks in un birrificio separato per evitare contaminazioni con il resto della produzione. Il luogo prescelto per l’insediamento del nuovo impianto è Buellton, piccolo paese a sud di Paso Robles. 

Il nuovo birrificio custodisce un’ampia varietà di botti americane, francesi ed ungheresi, alcune provenienti dalle cantine vinicole locali, altre dal progetto Vintage ed altre ancora dal “Firestone Union Oak Barrel Brewing System”, sistema brevettato in occasione della messa in produzione della DBA.

All’oggi, presso la sede di Buelton, si trovano oltre 1500 botti, che contengono l’intera produzione di Wild Ales del progetto Barrelworks.

Fra le birre più note del Barrelworks Project troviamo prodotti di gran fama, quali la Agrestic, la Bretta Rosé, la Reginald Brett e la Feral Vinifera.

Così come è stato per la band brasiliana, che ha lasciato il segno con tre fasi diverse della propria produzione musicale, anche il birrificio californiano ha ugualmente inciso nel movimento craft tre periodi, tre progetti, che difficilmente verranno dimenticati nei tempi a venire. 

Insomma, due mondi completamente diversi, così lontani ma, in fondo, così vicini: Fireworks & Barrelworks.