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IPA (Indicativamente Pale Ale)

IPA (Indicativamente Pale Ale)

Non c’è ombra di dubbio che lo stile birrario più in voga negli ultimi anni sia stato sicuramente la IPA, acronimo di India Pale Ale. Fin qui, nulla di stupefacente e di nuovo, e nemmeno il compianto George Hodgson, mastro birraio della Bow Brewery di Londra, uno dei padri putativi del celebre stile, si sarebbe immaginato un così grande successo, di fama mondiale, post mortem.

Se le rivendicazioni storiche sull’origine dell’acronimo, ormai sulla bocca e nel bicchiere di tutti, sono ancora oggi fonte di libera interpretazione, a seconda delle proprie fonti più o meno autorevoli, certo è che ai giorni nostri non solo l’IPA è stata snaturata e riadattata ai tempi moderni (per quanto riguarda la ricetta), ma anche l’acronimo viene ormai preceduto dai più bizzarri e fantasiosi sostantivi, che spesso danno il nome alla birra stessa. Per esempio, come anticipato in un altro articolo, spesso i luppoli danno il nome ad un’IPA, ma sono i nomignoli dati dai birrai che identificano nell’immaginario collettivo la birra stessa.

Chi, come me, ha trascorso parecchi anni della propria vita prima come cliente di un pub, e poi come publican, è spesso incappato in clamorose gaffe da parte di sciagurati avventori dei banconi dei più prestigiosi pub e birrerie.

Alcuni anni fa erano di moda le West Coast IPA, la cui arroganza luppolata portava giovani neofiti a chiedere “Aò, damme la IPA più amara che c’hai”. Da lì il passo tra la più amara e la più alcolica (detta anche “Ne bevo una e me sballo”) è stato breve. L’evoluzione della West Coast IPA ha portato così alla realizzazione di Double IPA, e successivamente Imperial IPA, dove le accentuate note luppolate venivano sostenute da un tappeto maltato in grado di sorreggere, e contemporaneamente valorizzare, la straripante potenza dei luppoli utilizzati.

Un piccolo exploit è da attribuirsi alle Black IPA, nate per gioco tra gli homebrewers americani, prima di trovare la loro collocazione nel mercato birrario mondiale. Il gioco, nato tra l’utilizzo di malti tostati e di ingenti quantità di luppolo, è stato bello ed è durato poco.

Alcune hanno tentato di sfondare, ma sono rimaste esperimenti incompiuti nel fermentatore di qualche birraio, come le IPA colorate, ovvero la Brown IPA, la Red IPA e la White IPA.

Sorte ben diversa, ed ancora in fase di sperimentazione (potremmo dire che sono state fra gli esperimenti precursori di quella che è la moda del momento), hanno avuto la Belgian IPA, che utilizzava un lievito insolito per lo stile, la Wit e la Rye IPA, che utilizzavano cereali poveri per creare l’effetto torbido.

Tutte queste sperimentazioni devono aver creato confusione e stati di allucinazione geografica in alcuni consumatori della specie. Infatti spesso si fa confusione sull’origine geografica del nome, tanto che alcuni scellerati chiedono non una birra delle indie, come si era soliti fare nei pub inglesi, ma una birra degli Indiani, nel senso di Nativi Americani. Tra India e Indian c’è un’importante differenza, dalla quale capiamo perché alcuni insegnanti di inglese, che parlano un italiano scorretto, vendono tanti libri in Italia. E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, in 13 anni di storia studiata a scuola, non mi è mai parso di leggere che Toro Seduto fumasse luppolo nel calumet della pace. O in quello della guerra. O, insomma, mi pare che il luppolo manco sapesse cos’era.

Se negli anni ’90 spopolavano le West Coast, ai giorni nostri spopolano le IPA della East Coast, e più precisamente quelle nate nel New England. Padre di questo nuovo stile birrario è stato John Kimmich, birraio di The Alchemist, piccolo birrificio del Vermont, patria di micro birrifici che confezionano e vendono i propri prodotti talmente freschi che, spesso, nemmeno passano dagli scaffali della distribuzione. Caratteristica principale di questo nuovo filone dell’universo IPA è la torbidezza, ovvero la ricerca dell’ottenere come risultato finale una birra opaca, nebbiosa, fangosa, nuvolosa, che, passateci il paragone, ricorda nel bicchiere un succo di frutta. Da qui il termine “Juicy” è diventato, in pochissimo tempo, il più utilizzato da tutti i birrai all’avanguardia.

L’effetto juicy viene creato principalmente utilizzando quantità mastodontiche di luppoli di nuova generazione e provenienza, caratterizzati da forti sentori tropicali ed agrumati. L’utilizzo di questi luppoli, provenienti da Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda, viene fatto sia in late hopping che in dry hopping, con il risultato finale di un IBU più contenuto delle West Coast IPA.

Altro ingrediente fondamentale per la creazione dell’effetto juicy è il lievito. Quello più utilizzato per la realizzazione di questo stile è il Vermont, o Conan, un lievito neutrale (così come veniva utilizzato nella produzione delle West Coast IPA) , ma con una morbidezza pronunciata e delle note di pesca che caratterizzano ancora di più questo particolare ceppo, nato dall’isolamento del ceppo madre utilizzato da The Alchemist.

Per rafforzare l’effetto juicy vengono spesso utilizzati anche altri ingredienti, fra cui cereali (avena, frumento e segale), frutta e lattosio. Da qui molteplici divagazioni sul tema juicy: Hazy IPA, New England Ipa, Fruit IPA, Milkshake IPA, Vermont IPA, Cloudy IPA… e Supersonic IPA.

Ritornata da pochi giorni in Italia e rinnovata nella sua veste grafica, Supersonic è diventata in pochissimo tempo la massima espressione del talento birrario di Mike Murphy. Evoluzione naturale della Tasty Juice, l’idea della Supersonic nasce – a dire dello stesso Mike – da un viaggio fatto negli States (più precisamente a Baltimora, sua città natale) qualche anno fa.

Supersonic non è solo una birra, ma anche un culto. Diventata in pochi mesi la birra più apprezzata del suo stile in tutto il mondo, tanto da rientrare nella Top 50 di un famoso sito di rating birrario, è molto più, per stessa ammissione del birraio, di una Double Dry Hopped: Citra a gogo “and Tropical Flavour in the Can” sono le principali caratteristiche di questa birra super.

La sua massima intensità la esprime in lattina, voluta dallo stesso Mike rigorosamente in formato da 500 ml, 27 più dello standard statunitense, perché fosse fin da subito chiaro a tutti chi ce l’ha più grosso. Il packaging, intendo…

Se in un primo momento il vestito (nel senso dell’etichetta) sostituiva la classica serigrafia, oggi la Superfresh, Superhop, Supercitra Supersonic si presenta con una nuova grafica serigrafata, molto accattivante ed in linea con le nuove grafiche del birrificio, realizzate da Nanna Guldbaek.

Supersonic ha aperto i confini  di un nuovo mondo birrario, intraprendendo la strada delle Double Juicy IPA.

Che cosa aspettarci ancora dal nuovo mondo Supersonic?