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Operazione von Staffelberg

Operazione von Staffelberg

Verso la fine del 2° millennio la tecnologia a supporto dei giovani avventurieri che decidevano di esplorare l’Europa non era neanche lontanamente al livello di quella di oggi, anzi, tutto veniva lasciato molto al caso ed alla fortuna. Ogni situazione che si presentava era un’esperienza unica che andava a far parte del bagaglio culturale di ogni individuo coinvolto e sarebbe poi stata oggetto, nel corso degli anni, di simpatiche storielle ed aneddoti da raccontare agli amici.

Con queste premesse andiamo a raccontarvi dell’estate del 1998, in cui tre amici decidono di attraversare tutta la Germania per arrivare alla Mecca dei festival metallari dell’epoca (e di oggi ancora): il Wacken Festival.

Wacken, per chi non lo sapesse, è un piccolo paesino di vacche (nel vero senso della parola) situato al nord della Germania, a circa un’ora di macchina da Amburgo, ed a venti minuti dal confine con la Danimarca. 

A partire dai primi anni ’90, questo paesino abitato per tutto l’anno da innumerevoli bovini, 500 umani ed un numero indefinito di nani da giardino, si trasforma ad inizio agosto nella capitale europea di tutti gli appassionati di Heavy Metal, diventando la sede del festival più grande, più famoso e più rinomato del continente.

I tre giovani di cui sopra decidono dunque di passare lì le proprie vacanze estive, partendo da Milano ed attraversando tutta la Germania per raggiungere questa meta tanto ambita. 

Il viaggio di andata, che si svolge a tappe, vede come soste casuali città quali Colonia, Düsseldorf, Dortmund, Brema ed Amburgo, nelle quali i tre fanno la scoperta dei segreti birrari germanici, a loro sconosciuti, che genereranno tante avventure ed aneddoti di cui vi parleremo in un’altra occasione, ma è durante il viaggio di ritorno che i tre hanno la folgorazione birraria che cambierà loro la vita, in particolar modo ad uno di essi. 

Dopo 10 giorni passati a dormire in macchina o in campeggi improvvisati, a lavarsi alla bell’e meglio (e spesso non lavarsi proprio) e soprattutto dopo quattro giorni passati nei campi di patate che circondano la zona del festival, in mezzo al fango, alle intemperie, agli escrementi umani che non hanno fatto in tempo a raggiungere i bagni chimici, ai vuoti di birra e ad improponibili personaggi di ogni forma, fattezza e provenienza, decidono di trovare una locanda o comunque un rifugio per la notte dove usufruire delle piccole comodità che la vita civilizzata, così lontana durante i giorni di festival, ha da offrire.

Usciti dall’autostrada nei pressi di Bamberga (non si sa bene perché, forse l’autista era stanco di guidare), si mettono alla ricerca di un luogo dove passare la notte. Dopo un’oretta di girovagare (con in mano un atlante stradale, perché di navigatori ce n’era ancora pochini), i nostri giovani si ritrovano in un paesino della Franconia di nome Bad Staffelstein. 

È proprio qui, nei pressi del fiume Loffeld, che i nostri tre trovano conforto e riparo in una gasthaus con birreria annessa, la Staffelberg-Bräu.

Dopo i riti del caso (doccia, dormita e necessità biologiche varie ed eventuali), giunge il momento di consumare (finalmente!) un pasto caldo, al coperto.

Poiché il menù è scritto in dialetto locale (che non si riesce a tradurre nemmeno con il vocabolario tascabile) l’ordine del cibo viene affidato più o meno al caso, ma se c’è una cosa che invece i tre hanno imparato molto bene durante le tappe precedenti è ordinare da bere!

Prendono dunque, tanto per cominciare, senza sapere che da lì sarebbe partita una lunga degustazione, una Pils. 

La Pils si presenta fresca e amara, con un equilibrato sentore di luppolo, delicatamente brillante come ogni Pils che si rispetti, dorata e coronata di schiuma persistente… va giù che è una meraviglia!

Quindi i tre compagni di viaggio decidono di provare qualcosa di più tipicamente locale, chiedendo a gesti ai camerieri un consiglio, e vengono loro portate tre birre diverse. 

La prima denominata Wienerla, poi una Keller-Bier non filtrata ed infine una Ungespundet (vi spiegheremo più avanti il significato, tranquilli).

La Wienerla è composta dal 50% di malto Vienna e luppolata con una delle più antiche varietà del genere, l’Hallertauer Mercur. Dopo essere lasciata a maturare per otto settimane nelle cantine di stoccaggio questa birra si lascia bere con vero piacere!

Altra birra portata al tavolo è una Vollbier, o più comunemente conosciuta come Helles. Si presenta con un colore giallo dorato e con un aroma affascinante con delle lievi note erbacee date dal luppolo. Una birra talmente semplice e ben fatta che viene presto riordinata ad oltranza.

La terza birra servita è tipica della Baviera: una Hefe-Weißbier, birra di frumento, una vera delizia per gli amanti del genere. 

Dopo aver bevuto più volte le birre proposte, il più piccolo della compagnia (in termini di età, ma non di dimensione fisica) chiede all’oste di passare all’artiglieria pesante. 

Viene così proposto un assaggio della Querkerla, birra prodotta con malti affumicati della vicina Bamberga ed in conclusione di serata la loro birra stagionale, la Mai-Bock, che chiude a sorpresa (e con parecchia forza alcolica) una bellissima esperienza, di vita e birraria, in terra francone.

Se da un lato la serata si conclude a boccali di Mai-Bock, cicchetti di liquori e quartini di Zonin, in allegra compagnia di canti e balli popolari, dall’altro c’è la consapevolezza che, birrariamente parlando (e non solo musicalmente) la Franconia è una terra tutta da scoprire, capace di regalare chicche di inestimabile valore che si tramandano di generazione in generazione, cercando il più possibile di mantenere vive le antiche tradizioni locali.

Per tutti i tre ragazzi, ma soprattutto per chi scrive, questa esperienza è quella che ha aperto ad un futuro volto alla scoperta del grande mondo della birra, tedesca e non solo.

Per quanto riguarda nello specifico l’Operazione von Staffelberg, ve ne riparleremo un’altra volta, ma sappiate che ancora oggi, fra quei tre amici, è sinonimo di ”sbronzarsi tantissimo”!