Porter - Imperial Porter - American Porter - Baltic Porter

La storia delle Porter e delle Stout, che per molti sono praticamente la stessa cosa, è incerta e complessa. Cercheremo di analizzarne i punti salienti, senza dilungarci troppo nei dettagli, che magari riserveremo ad un articolo più specifico.

La Porter nasce nella Londra di inizio 18° secolo come blend, preparato sul momento al banco del pub, di tre birre: una Ale chiara, una Ale scura ed una Ale invecchiata. Questo miscuglio (perché chiamarlo blend mi sa di troppo elegante) era particolarmente richiesto dagli scaricatori dei docks di Londra (i “porter”, appunto), che potevano quindi bere una birra quantomeno decente, e dal considerevole apporto calorico, per pochi penny.

Questa idea piacque al birraio Ralph Harwood, che si ispirò a questo mix tanto amato dalla classe operaia per produrne una versione già miscelata, in modo che fosse pronta da spillare e non dovesse essere preparata dai publican prima della mescita.

Correva l’anno 1722, ed era ufficialmente nata la Porter.

Visto che fin troppo spesso nel mondo della birra non si inventa mai niente, ma si prende a prestito l’idea di qualcun altro e ci si lavora su per farne una propria interpretazione, nel 1776 Arthur Guinness fece sua l’intuizione di Harwood, forte di cinquant’anni di successi, e si diede alla produzione su larga scala di birra Porter.

In poco tempo le birre Porter si diffusero a macchia d’olio, soprattutto in nord Europa, arrivando fino ai paesi baltici, e per oltre un secolo e mezzo furono le Ale più ampiamente prodotte del Vecchio Mondo.

Ma poi ci fu la guerra.

Due, a dirla tutta, e pure grosse.

La produzione di birre Porter sì arrestò quasi da un giorno all’altro, e non fosse stato per alcuni birrifici che decisero di riavviarne la produzione nei primi anni ’80, la Porter sarebbe ormai solo un ricordo.

All’oggi, grazie soprattutto ai molti birrifici artigianali che hanno ripreso in mano lo stile, la birra Porter (che non è più un blend, sia chiaro) vive una seconda giovinezza, e la sua popolarità – seppur non esplosiva come qualche secolo fa – non accenna a diminuire.

Le birre Porter hanno una colorazione che va dal marrone chiaro al marrone scuro, spesso con riflessi rubino, ed una schiuma di buona tenuta, che va dal bianco sporco al marrone chiaro.

L’aroma è di malto tostato, spesso con sentori che ricordano in cioccolato amaro, ma è possibile trovare anche aromi di malto non tostato che si orientano verso caramello, nocciole e pane. Le note di luppolo sono estremamente lievi, se non proprio assenti.

Al palato si ritrova ciò che l’aroma aveva anticipato: malto, caramello, nocciola, mou, sentori di liquirizia e caffè, senza però sfociare nell’arrostito o bruciato. I luppoli non sono in evidenza e servono solo a bilanciarne il gusto, che oscilla fra una dolcezza tenue ed un amaro lieve. Il corpo è leggero, la carbonatazione media/medio-alta, ed il volume alcolico – almeno per le versioni di tradizione anglosassone – si piazza comodamente nella fascia 4-7 gradi.

Ovviamente la diffusione dello stile Porter ha fatto sì che ne nascessero svariate interpretazioni, soprattutto (come quasi sempre) legate al territorio di produzione.

Le più note varianti sono due:

La American Porter, fiera rappresentante del metodo statunitense, è molto luppolata e spesso molto amara.

La Baltic Porter, tipica dell’Europa settentrionale, è invece più dolce delle sorelle. Spesso marchiata da note di cioccolato dolce e frutti rossi, è anche tendenzialmente MOLTO più alcolica dello stile originario.

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